Responsabilità medica: il paziente deve provare il nesso di causalità tra evento e danno

Recentemente, con la sentenza n. 26824 del 4.11.2017, la Corte di Cassazione in tema di responsabilità medica, ha ribadito ancora una volta che l’accertamento della prova della condotta colposa del sanitario spetti al paziente.
I giudici di Piazza Cavour hanno stabilito che la prova della sussistenza del nesso di causalità tra evento dannoso e condotta del medico possa e debba essere raggiunta dal paziente danneggiato con ogni mezzo.
Nel caso di specie, la controversia era sorta a seguito di una retinopatia oculare di un neonato prematuro, che aveva determinato la perdita totale della vista: tale evento poteva essere ricondotto a tre fattori diversi: una malformazione congenita della retina, un’infezione da una iperossia da eccessiva somministrazione di ossigeno (unico fattore riconducibile alla responsabilità dei medici).
Secondo la Suprema Corte, tuttavia, in corso di causa, gli attori, genitori del paziente, non erano stati in grado di dimostrare che il danno alla salute del piccolo avesse potuto essere ricondotto causalmente alla condotta dei medici e/o della struttura sanitaria e, per questo, le loro domande non avevano potuto trovare accoglimento.
Pertanto, se alla fine dell’istruttoria il nesso di causalità tra i trattamenti sanitari e i danni lamentati è incerto, non sarà possibile addebitare alcuna responsabilità al sanitario: l’attore deve provare, con qualsiasi mezzo, che la condotta del sanitario ha cagionato il danno secondo il criterio del “più probabile del non” (in termini percentuali, è sufficiente che il nesso causale tra fatto ed evento possa identificarsi con un valore pari al “50% più 1” e non con quello, penalmente rilevante, superiore al 90%).