Penale, la decisione a sezioni unite: la tenuità del fatto non si applica ai reati di competenza del giudice di pace

Il Procuratore Generale di Venezia ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di un Giudice di Pace di Verona, che aveva dichiarato due imputati non punibili, per la particolare tenuità del fatto ai sensi dell’art. 131-bis c.p., con riferimento ad una accusa attinente la fattispecie contravvenzionale di inosservanza dell’obbligo dell’istruzione elementare del figlio minore.
Il giudice di merito aveva affrontato la questione del concorso fra l’istituto generale sottoposto al suo esame, avente natura sostanziale, e quello, molto similare, previsto dall’art. 34 d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274, introdotto, a differenza del primo, per i soli reati di competenza del giudice di pace e da reputare altresì, in quanto richiedente il previo assenso della persona offesa, applicabile ai soli casi di procedibilità a querela, ritenendo integrato un caso di concorso apparente fra le due disposizioni sopra citate da risolvere secondo il principio di specialità posto dall’art. 15 c.p. ed individuando la norma speciale, da applicare, nel citato art. 131-bis, contenente elementi specializzanti rispetto all’altra, quali l’ampliamento del numero dei reati interessati, l’applicazione solo a persone che, di fatto, non siano qualificate come delinquenti abituali, la maggior snellezza dell’istituto non legato al previo consenso della persona offesa, le implicazioni sull’eventuale giudizio civile in tema di danno e, infine, l’iscrizione del procedimento concluso con la formula di particolare tenuità del fatto nel casellario giudiziale dell’indagato.
Il giudice non aveva mancato peraltro di sottolineare la differenza ontologica dei due istituti, integrando, quello previsto dall’articolo 34 d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274, una condizione di non procedibilità, ed invece, quello previsto dall’articolo 131-bis c.p., una causa di non punibilità, da riconoscere a seguito di un esame di merito della vicenda sottoposta a giudizio, estraneo al riconoscimento della causa di non procedibilità.
Il Procuratore generale territoriale ha invece censurato l’applicazione dell’art. 131-bis c.p. nel caso di specie, ritenendo che lo stesso non potesse operare nel procedimento speciale dinanzi al giudice di pace, essendo piuttosto applicabile l’art. 34 d.lgs. n. 274 del 2000, il quale regola i casi di definizione di detto procedimento mediante esclusione della procedibilità quando risulta la particolare tenuità del fatto.
Del caso sono state investite le sezioni unite della corte di legittimità che hanno dato preliminarmente atto degli orientamenti formatisi in materia:
– il primo sostiene la soluzione della non operatività dell’art. 131-bis c.p. nel procedimento dinanzi al giudice di pace, attribuendo all’art. 34 d.lgs. n. 274 del 2000 valore di norma speciale attraverso la quale si manifesta la “finalità conciliativa” che caratterizza la giurisdizione penale del giudice di pace, ed evidenzia gli elementi differenziali fra le fattispecie in questione, rappresentati dal limite di pena edittale previsto per il solo art. 131-bis ed altresì da quelli che si aggiungono, in termini non sovrapponibili, per l’una e per l’altra ipotesi, al nucleo comune rappresentato dall’accertamento giudiziale della fattispecie concreta. In particolare, soltanto dall’art. 34 è richiesta la valutazione di interessi individuali (grado di colpevolezza, occasionalità del fatto nonché pregiudizio che l’ulteriore corso del procedimento può arrecare alle esigenze di lavoro, di studio, di famiglia o di salute della persona sottoposta ad indagini o dell’imputato) in conflitto con l’istanza punitiva, mentre l’art. 131-bis, per contro contiene nei commi 2 e 3 la previsione di criteri volti a delimitare la nozione di particolare tenuità del fatto e quella, di carattere ostativo, di “abitualità del comportamento”.
Soprattutto, però, viene posta in risalto la differenza rappresentata dal ruolo della persona offesa nel perfezionamento della fattispecie: soltanto la disciplina dell’art. 34 attribuisce a quest’ultima una ”facoltà inibitoria” ricollegabile alla valutazione del legislatore circa la natura eminentemente conciliativa della giurisdizione di pace.
Inoltre, l’orientamento in questione esclude che tra le due discipline vi sia una incompatibilità tale da giustificare la tesi di un’abrogazione tacita per opera del sopravvenuto art. 131-bisc.p., ravvisando piuttosto un rapporto di specialità che troverebbe soluzione nella regola dell’art. 16 c.p., con favore cioè per la norma speciale posta dall’art. 34.
– il secondo orientamento, pur prendendo le mosse dallo stesso rilievo dell’orientamento contrapposto riguardo alla differenza che connota gli istituti in esame e la sussistenza di un concorso apparente fra le due norme, da sciogliere mediante ricorso al principio di specialità, segnala l’irragionevolezza della esclusione dell’art. 131-bis proprio in relazione a fatti di minima offensività, quali sono quelli di competenza del giudice di pace, oltre che la elusione delle finalità deflattive perseguite con la riforma del 2015 che ha dato vita alla nuova causa di esclusione della punibilità. Ma soprattutto, i sostenitori di questa tesi muovono dalla natura sostanziale del nuovo istituto, già sottolineata dalle Sezioni unite con la sentenza 25 febbraio 2016 n. 13681, la quale su tale base ha sviluppato e argomentato la conclusione della applicabilità dell’art. 131-bis ai procedimenti pendenti al momento di entrata in vigore del d.lgs. n. 28 del 2015, esaltando gli effetti di maggior favore della nuova causa di non punibilità.
Le Sezioni Unite della Cassazione, con la pronuncia n. 53683 depositata il 28 novembre di quest’anno, hanno confermato il primo dei due orientamenti segnalati motivando la decisione con il rilievo che la disciplina di cui all’art. 34 D.lgs. n. 74 del 2000 – seppur indiscutibilmente analoga a quella presente nel 131-bis c.p. – svolge nel procedimento speciale innanzi alla magistratura onoraria; ruolo attestato in particolare da due profili, (1) da un lato la possibilità per la persona offesa di opporsi a tale conclusione e (2) dall’altro la necessità, per l’imputato, di adottare condotte riparatorie o risarcitorie atte a determinare l’estinzione del reato.
Inoltre, nell’istituto previsto dal citato articolo 34, l’apprezzamento del «fatto» in termini di «particolare tenuità» deve essere sviluppato anche considerando la posizione della persona sottoposta a indagini o dell’imputato e il pregiudizio che dal procedimento penale può derivare per le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia o di salute di questi e quindi, nel processo davanti al giudice di pace, per addivenire alla declaratoria di irrilevanza, non basta la tenuità del fatto, ma occorre che a questa connotazione del comportamento incriminato si accompagni un pregiudizio per il reo tale da non giustificare l’esercizio o la prosecuzione dell’azione penale; di contro, la considerazione della persona del reo pare mancare totalmente nell’istituto disciplinato dall’articolo 131-bis c.p., dove evidentemente risulta assorbente la particolare tenuità dell’offesa e prevalente è la soddisfazione dell’esigenza dell’ordinamento di evitare processi antieconomici per fatti “esigui”, in ossequio ai principi di proporzione e di economia processuale.
Sulla scorta di tali considerazioni, i giudici di legittimità concludono nel senso che la previsione in tema di giudizio innanzi al giudice onorario può essere qualificata come speciale rispetto alla disciplina di carattere generale contenuta nell’art. 131-bis c.p. e quindi deve continuare a trovare applicazione nel proprio ambito di riferimento e sarebbe quindi insensibile alle innovazioni introdotte nel 2015.