Legge Gelli-Bianco, intervengono le sezioni unite: per la responsabilità del medico rileva il grado della colpa

I giudici di piazza Cavour, a sezioni unite, intervengono – in seguito alla modifica legislativa portata dalla legge 8 marzo 2017 n. 24, sostitutiva della precedente disciplina di cui al D.L. 13 settembre 2012 n. 158, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012 n. 189 – sul contrasto in merito all’applicabilità della causa di non punibilità di cui all’art. 590-sexies, comma 2, c.p. anche alla colpa grave del sanitario.
L’informazione provvisoria di pronuncia resa il 21 dicembre scorso afferma il seguente principio: “l’esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall’esercizio di attività medico-chirurgica:
a) se l’evento si è verificato per colpa (anche “lieve”) da negligenza o imprudenza;
b) se l’evento si è verificato per colpa (anche “lieve”) da imperizia: 1) nell’ipotesi di errore rimproverabile nell’esecuzione dell’atto medico quando il caso concreto non è regolato dalle raccomandazioni delle linee-guida o, in mancanza, dalle buone pratiche clinico-assistenziali; 2) nell’ipotesi di errore rimproverabile nella individuazione e nella scelta di linee-guida o di buone pratiche che non risultino adeguate alla specificità del caso concreto, fermo restando l’obbligo del medico di disapplicarle quando la specificità del caso renda necessario lo scostamento da esse;
c) se l’evento si è verificato per colpa (soltanto “grave”) da imperizia nell’ipotesi di errore rimproverabile nell’esecuzione, quando il medico, in detta fase, abbia comunque scelto e rispettato le linee-guida o, in mancanza, le buone pratiche che risultano adeguate o adattate al caso concreto, tenuto conto altresì del grado di rischio da gestire e delle specifiche difficoltà tecniche dell’atto medico”.
L’intervento della Corte a sezioni unite mira a dirimere un contrasto tra due diversi orientamenti.
Il primo (Cass. Pen, Sez. IV, 20 aprile 2017, n. 28187) ritiene che in tema di colpa medica, l’art. 6, comma secondo, l. 8 marzo 2017, n. 24, ha abrogato l’art. 3, comma primo, D.L. 13 settembre 2012, n. 158 (convertito, con modificazioni, dalla l. 8 novembre 2012, n. 189), il quale escludeva la rilevanza penale delle condotte connotate da colpa lieve in contesti regolati da linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica; ne consegue la reviviscenza della previgente più severa normativa che non consentiva distinzioni connesse al grado della colpa, mentre per i fatti anteriori all’entrata in vigore del nuovo regime trova ancora applicazione, ai sensi dell’art. 2, comma 4, c.p., la citata normativa del 2012, in quanto più favorevole con riguardo alla limitazione della responsabilità ai soli casi di colpa grave. Secondo tale tesi, il secondo comma dell’art. 590-sexies c.p., è inteso quale “nuova regola di parametrazione della colpa in ambito sanitario”, osservandosi che tale norma debba ritenersi meno favorevole rispetto all’abrogato art. 3, comma 1, D.L. 13 settembre 2012, n. 158, non contenendo alcun riferimento al grado della, colpa, diversamente da quanto previsto in precedenza, ove si limitava la responsabilità dell’esercente la professione sanitaria ai soli casi di colpa grave (applicabile, quando pertinente, ai fatti commessi prima dell’entrata in vigore della novella).
Il secondo orientamento (Cass. Pen. Sez. IV, 19 ottobre 2017, n. 50078) è del parere che il secondo comma dell’art. 590-sexies c.p., introdotto dalla legge 8 marzo 2017, n. 24 (c.d. legge Gelli-Bianco), sia norma più favorevole rispetto all’art. 3, comma 1, D.L. 13 settembre 2012, n. 158, in quanto prevede una causa di non punibilità dell’esercente la professione sanitaria collocata al di fuori dell’area di operatività della colpevolezza, operante – ricorrendo le condizioni previste dalla disposizione normativa (rispetto delle linee guida o, in mancanza, delle buone pratiche clinico-assistenziali, adeguate alla specificità del caso) – nel solo caso di imperizia e indipendentemente dal grado della colpa, essendo compatibile il rispetto delle linee guida e delle buone pratiche con la condotta (anche gravemente) imperita nell’applicazione delle stesse.
L’apparente contraddittorietà intrinseca contenuta nella disposizione di cui al secondo comma dell’art. 590-sexies c.p. – che postula la coesistenza dell’imperizia e del rispetto delle linee guida adeguate alle specificità del caso concreto – è ritenuta superabile dai giudici autori della pronuncia da ultimo citata, che hanno affermato la non punibilità del medico il quale, seguendo linee guida adeguate e pertinenti, pur tuttavia sia incorso in una imperita applicazione di queste nella fase esecutiva (e non nella scelta della linea guida, perché in tal caso non si sarebbe in presenza di una linea guida adeguata al caso di specie).
Come risulta evidente la questione attiene all’interpretazione del secondo comma dell’art. 590-sexies c.p., introdotto dall’art. 6 della legge 8 marzo 2017, n. 24, che prevede, con riferimento ai fatti di cui agli artt. 589 e 590 c.p. commessi nell’esercizio di una professione sanitaria, che “qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto“.
Non è passato nemmeno un anno dall’entrata in vigore della legge Gelli-Bianco e la corte di legittimità è stata già chiamata a risolvere il primo contrasto sull’ambito di applicazione della nuova disciplina in materia di responsabilità sanitaria.