Continuità professionale: controlli di Cassa Forense senza limiti temporali se l’avvocato non comunica i dati correttamente

Se l’avvocato non ha adempiuto agli obblighi di comunicazione prescritti dalla legge, la Cassa di previdenza forense è libera di scandagliare indietro nel tempo la continuità dell’esercizio della professione senza dover rispettare il limite massimo di cinque anni. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 30714 del 21 dicembre 2017, respingendo il ricorso di un legale.

Il Tribunale del lavoro di Roma aveva accolto la richiesta di un avvocato capitolino di computare ai fini della pensione di vecchiaia gli anni compresi tra il 1985 ed il 1990 e tra il 1992 ed il 1996 che la Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense aveva invece escluso «per mancanza del requisito della continuità nell’esercizio della professione». Successivamente, però, la Corte di appello accogliendo il ricorso della Cassa ha dichiarato che «il limite del quinquennio fissato dalla legge per l’accertamento del requisito della continuità, nel caso di esercizio della facoltà di revisione, è condizionato al corretto adempimento da parte dell’iscritto degli obblighi di comunicazione previsti dalla legge n. 576 del 1980, artt. 17 e 23». Per cui non era condivisibile la tesi del Giudice di primo grado secondo cui «i poteri della Cassa dovevano essere limitati al quinquennio anteriore alla proposizione della domanda di pensione», anche considerato che il Tribunale aveva riconosciuto che il ricorrente «non aveva prodotto tempestivamente la documentazione utile».

Contro questa interpretazione l’avvocato ha fatto ricorso in Cassazione.

Per la Suprema corte, i giudici di merito, con una valutazione non censurabile, hanno escluso che il ricorrente, sul quale gravava il relativo onere probatorio, avesse adempiuto l’obbligo di comunicazione periodica secondo legge, «posto che la comunicazione per l’intero
periodo contestato (1985-1996) era avvenuta con unico atto del 12 settembre 1997». Per cui «correttamente» la Corte di appello ha ritenuto che «non potesse operare il limite del quinquennio previsto per la facoltà di revisione dovendosi escludere che il detto quinquennio potesse decorrere dalla data di avvenuta comunicazione».

La limitazione temporale dell’esercizio del potere di revisione degli iscritti a seguito di verifica della continuità dell’esercizio della professione, prosegue la Corte, non può che conseguire a seguito del rispetto da parte dell’interessato dell’obbligo di trasmettere annualmente alla Cassa, con lettera raccomandata da inviare entro trenta giorni dalla presentazione della dichiarazione, l’ammontare del reddito professionale.

«Una diversa interpretazione – conclude la sentenza – che limitasse l’esercizio del potere di revisione al quinquennio precedente ad una qualsiasi data successiva al ritardato invio della comunicazione», infatti, «oltre che non evincibile dal testo degli artt. 17 e 22 della legge n. 576/1980, introdurrebbe nel sistema elementi del tutto variabili dettati dall’arbitrio dei soggetti interessati iscritti alla cassa, opposti rispetto alla ratio dell’imposizione di un termine uguale per tutti e logicamente non compatibili con la concreta possibilità di procedere in via programmata e razionale alle attività di verifica e controllo necessarie per eventuali revisioni da parte della Cassa».

(fonte: Guida al Diritto on line, 21.12.2017)