Il danno patrimoniale da lucro cessante dei congiunti: i criteri della cassazione per la liquidazione

Il caso: coniuge e figli di un soggetto deceduto a seguito di un sinistro stradale promuovono un giudizio nei confronti del responsabile e della compagnia di assicurazione che ne garantiva il rischio di RCA per ottenere il relativo risarcimento.
Il Tribunale aveva accoglie la domanda attribuendo alla vittima un concorso di colpa nella misura del 50%.
La Corte d’Appello adita dalla compagnia assicurativa, in via principale, e dai congiunti della vittima, in via incidentale, accoglie entrambi gli appelli.
In relazione al danno non patrimoniale, la Corte statuiva che la liquidazione da parte del Tribunale fosse stata eccessiva; sulla domanda di liquidazione del lucro cessante aveva stabilito che erroneamente il Tribunale avesse negato ai congiunti della vittima il risarcimento del danno patrimoniale da lucro cessante, consistito nella perdita del sostegno economico loro elargito dal defunto.
I congiunti della vittima impugnavano la sentenza d’appello con ricorso per cassazione in via principale, deducendo, da un lato, che la Corte aveva omesso di considerare che, a causa della giovane età della vittima, il reddito di questa sarebbe verosimilmente cresciuto negli anni a venire, e dall’altro, che aveva trascurato di rivalutare il reddito goduto dalla vittima all’epoca della morte alla data della decisione.
I giudici di piazza Cavour, con la pronuncia del 16.3.2018, n. 6619, facendo riferimento al proprio risalente orientamento (sentenza n. 8177 del 6.10.2994), stabiliscono che la liquidazione del danno patrimoniale da lucro cessante subito dalla moglie e dal figlio della vittima, consistente nella perdita dei benefici economici che la stessa destinava loro, può avvenire in forma di capitale o di rendita, a discrezione del giudicante, e sul reddito lordo, detratto l’ammontare delle spese per la sua produzione ed il carico fiscale, che in assenza del fatto illecito avrebbero ridotto il reddito disponibile per i familiari.
La liquidazione, se avviene in forma di capitale, va compiuta determinando il reddito della vittima al momento della morte, detraendone la quota presumibilmente destinata ai bisogni personali della vittima o al risparmio, aumentandolo in considerazione dei presumibili incrementi che il lavoratore avrebbe ottenuto se fosse rimasto in vita, e moltiplicando il risultato, per la moglie, per un coefficiente di capitalizzazione delle rendite vitalizie corrispondente all’età del più giovane tra i due, mentre, per il figlio, in base ad un coefficiente di capitalizzazione di una rendita temporanea, corrispondente al numero presumibile di anni per i quali si sarebbe protratto il sussidio paterno.