Whistleblowing, l’anonimato opera solo in ambito disciplinare

A seguito di denuncia con segnalazione anonima all’amministrazione per fatti penalmente rilevanti nei confronti di un funzionario dell’Agenzia del Territorio, i difensori di fiducia del dipendente pubblico impugnavano per cassazione l’ordinanza con cui il Tribunale di Napoli aveva sostituito la misura della custodia cautelare in carcere, in origine disposta dal G.I.P. del Tribunale di S. Maria Capua Vetere nei confronti del loro assistito, con quella degli arresti domiciliari, così confermando la sussistenza di un quadro di gravità indiziaria a carico del prevenuto, indagato in relazione ai reati di truffa aggravata, di falso ideologico, ex artt. 479 e 491 bis cod. pen. ed a una pluralità di episodi di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio.
In particolare, con il ricorso in Cassazione si denunciava l’inutilizzabilità delle risultanze delle intercettazioni in atti, per aver valorizzato, in funzione di integrazione dei gravi indizi di reato, elementi tratti da una denuncia anonima, in violazione di quanto previsto dall’articolo 203 del codice di procedura penale.
La questione, quindi, che investe i giudici di piazza Cavour è la seguente: può il dipendente che ha fatto la segnalazione attraverso il sistema di whistleblowing rimanere in tali casi anonimo?
La corte di legittimità, con la sentenza n. 9041 del 27 febbraio 2018 coglie l’occasione di evidenziare che il c.d. “canale del whistleblowing”, deputato alla segnalazione all’ufficio del Responsabile per la prevenzione della corruzione (RPC) di possibili violazioni commesse da colleghi, realizza un sistema che garantisce la riservatezza del segnalante, nel senso che il dipendente che utilizza una casella di posta elettronica interna al fine di segnalare eventuali abusi non ha necessità di firmarsi, ma il soggetto effettua la segnalazione attraverso le proprie credenziali ed è quindi individuabile seppure protetto.
La relativa disciplina si rinviene nell’art. 54 bis del d.lgs. 30.03.2001, n. 165, laddove il secondo comma, nella formulazione vigente all’epoca dei fatti, è esplicito nel significare che l’anonimato del denunciante – che, in realtà, è solo riserbo sulle generalità, salvo ovviamente il consenso dell’interessato alla loro divulgazione – opera unicamente in ambito disciplinare.
Pertanto, in caso di utilizzo della segnalazione in ambito penale, non vi è alcuno spazio per l’anonimato, attesa l’espressa salvezza delle ordinarie previsioni di legge operata dal comma 1 della succitata norma, per il caso che la denuncia integri gli estremi dei reati di calunnia o diffamazione, ovvero ancora sia fonte di responsabilità civile, ai sensi dell’art. 2043 di quel codice.
Tale conclusione trova ancor più tangibile riscontro nella recentissima modifica del detto art. 54 bis ove, con disciplina più puntuale, coerentemente alla perseguita finalità di apprestare un’efficace tutela del dipendente pubblico che riveli illeciti, è precisato espressamente che, “nell’ambito del procedimento penale, l’identità del segnalante è coperta dal segreto nei modi e nei limiti previsti dall’articolo 329 del codice di procedura penale”.